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Il giallo della società siciliana dei fratelli Mori-Berlusconi PDF Stampa E-mail
Documenti - I mandanti occulti
Scritto da Nicola Biondo   
Lunedì 14 Settembre 2009 14:17
È vero - lo dice il procuratore Messineo in risposta a Berlusconi - che Palermo non sta indagando sulle stragi di mafia del ‘92-‘93. Indaga piuttosto su chi prese parte alla trattativa fra Stato e Cosa nostra, il ruolo dell’ex sindaco Vito Ciancimino e del generale Mori. Sullo sfondo di questa indagine compaiono ora i nomi di Paolo Berlusconi e del fratello del generale Mori. Tutto nasce dall’inchiesta sui mandanti esterni delle stragi mafiose chiusa nel 2002 con l’archiviazione dell’attuale premier Silvio Berlusconi e di Marcello Dell’Utri.


Sul tavolo dei magistrati di Palermo è arrivato un file dimenticato: una relazione della Dia del 1999 che parla di legami tra impreditori mafiosi e una ditta con due soci di rilievo: Paolo Berlusconi e un certo Giorgio Mori. Per il primo non c’è bisogno di presentazione. Il secondo invece è il fratello del generale Mori: insieme a Paolo Berlusconi è stato socio di una ditta di costruzioni, la Co.Ge. Il generale Mario Mori (ex capo del Ros e poi del Sisde, oggi capo dell’ufficio sicurezza del Comune di Roma e membro del comitato per la legalità e la trasparenza degli appalti dell’Expo di Milano. Assolto per la mancata perquisizione del covo di Riina è tutt’ora sotto processo per la mancata cattura di Provenzano) ha smentito in un aula del tribunale di Palermo che quel Giorgio sia suo parente. L’ha fatto sulla base di un argomento in apparenza inoppugnabile: suo fratello si chiama Alberto e non Giorgio come invece compare nel rapporto DIA. Circostanza, questa, che oggi la Dia chiarisce: un errore materiale di chi compila il rapporto cambia il nome vero Alberto in Giorgio.


Il socio della Co.Ge di Paolo Berlusconi è proprio il fratello del generale. Non più un problema di nomi, dunque, ma un fatto sostanziale. Ma perché il generale sostiene che il socio di Paolo Berlusconi non è suo fratello? La risposta è in quel rapporto DIA. All’inizio degli anni ‘90, nello stesso periodo in cui Mario Mori presenta alla Procura di Palermo un lungo rapporto su mafia e appalti, la ditta del duo Paolo Berlusconi-Alberto Mori sbarca in Sicilia. Tutto a posto? Per niente. Perché la Co.Ge compare nel rapporto del luglio 1999 in termini molto poco lusinghieri. Gli investigatori individuano la mano di Cosa nostra in alcune società: sono la Tecnofin (che costituirà la Co.Ge) sotto il controllo di Filippo Salamone; la stessa Co.ge, la Tunnedil e la Cipedil del gruppo Rappa di Borgetto.


Per la DIA queste ditte, insieme ad altre, sono sospettate di far parte del «tavolino degli appalti» un patto - sottolinea la DIA - «che garantisce i legami con la grande imprenditoria per la realizzazione dei lavori, il controllo su di essi di Cosa nostra, il recupero delle somme da corrispondere all’organizzazione e ai politici che assicuravano gli appalti». Gli imprenditori con i quali la Co.Ge. di Paolo Berlusconi e Alberto Mori tratta sono Filippo Salamone e Giovanni Bini condannati in via definitiva nel maggio del 2008 per concorso in associazione mafiosa. Il rapporto evidenzia «la sussistenza di specifici elementi di correlazione tra alcune delle società di interesse di Berlusconi e Dell’Utri ed altre società facenti capo a soggetti con ruoli di primo piano nei settori più fortemente condizionati dagli interessi e dalle direttive di cosa nostra». È in questo contesto che il fratello di Mori si muove quando in Sicilia vengono uccisi Falcone e Borsellino e il suo congiunto, colonnello al ROS, apre il contatto con Vito Ciancimino sul quale la magistratura oggi indaga nell’ambito della cosiddetta «trattativa» tra stato e mafia. Una storia vecchia e complicata con una venatura di giallo per la questione del nome.


Dunque il socio della Co.Ge di Paolo Berlusconi è proprio il fratello del generale. Lo scorso gennaio al processo che lo vede imputato generale Mori ha ammesso che in effetti suo fratello Alberto, dunque quello vero, ha lavorato per la Fininvest, anche se solo fino al 1991. Ma non ha aggiunto il resto, negando la parentela. Perché? Eppure nel decreto di archiviazione dei mandanti esterni del 2002 si sottolinea che «il collegamento non è sufficiente a prefigurare che l’alto ufficiale dell’Arma potesse aver avuto contatti con Berlusconi e dell’Utri e quindi potesse essere stato “ambasciatore” di costoro nel rapportarsi con gli uomini di cosa nostra». Oggi però alla luce delle nuove indagini sul ruolo di negoziatore che il generale ha avuto con Vito Ciancimino, sul ruolo che don Vito ha avuto nell’arresto di Riina e sulla mancata cattura di Provenzano, per cui Mori è sotto processo, quella parentela negata assume ben altro significato.



Nicola Biondo (
l'Unità, 14 settembre 2009)






Mori, il personaggio chiave di vent'anni di mafia


Il generale Mario Mori assurge alle cronache il 15 gennaio 1993 quando i suoi uomini catturano Totò Riina. Un’operazione da manuale che presto si tinge di giallo. Ci vollero 19 giorni per sapere che la villa del boss era rimasta incustodita mentre ai magistrati risultava il contrario. La mancata perquisizione, definita dal Pg di Palermo Rovello «un mistero di Stato» scava un primo fosso tra la Procura di Palermo di Caselli e il Ros. Non sarà l’unico. I contrasti riesplodono nel 1997 quando il più stretto collaboratore di Mori, l’ufficiale Giuseppe De Donno, denuncia ai giudici di Caltanissetta alcuni magistrati di punta del pool di Caselli accusati da un pentito di mafia gestito dallo stesso Ros. Finirà tutto archiviato con un giallo: quel pentito dirà di non aver mai fatto i nomi di quei magistrati.


Intanto viene fuori per la prima volta dai racconti di Giovanni Brusca, il killer di Giovanni Falcone, la storia del «papello» e dei contatti tra uomini dello Stato e i boss nella terribile estate del ‘92. Solo in seguito a questa rivelazione Mario Mori racconta ai magistrati di Firenze dei suoi incontri con Vito Ciancimino. E aggiunge con oltre cinque anni di ritardo di aver incontrato il 25 giugno del 1992 il giudice Paolo Borsellino per parlare di mafia e appalti. È l’ennesimo mistero: nell’agenda del giudice di quell’incontro non c’è menzione. Il Pm dell’inchiesta sulla strage di Capaci, Luca Tescaroli, attribuisce a quell’incontro un significato sinistro. «Dopo quella data i boss ricevettero un segnale istituzionale che suonava come una idoneità dell’azione stragista».


L’incontro del 25 giugno appare come uno spartiacque nell’evoluzione della cosiddetta trattativa tra Vito Ciancimino e i Ros di Mori che proprio in quel periodo ha inizio. Anche i giudici di Firenze che hanno condannato il ghota mafioso per gli eccidi del ‘93 sostengono che gli incontri tra l’ufficiale e don Vito furono un’iniziativa il cui «effetto sui boss fu quello di convincerli che la strage era idonea a portare vantaggi all’organizzazione».


Intanto la carriera di Mori prosegue: diventa il numero due del Ros dei carabinieri. Nel 2001 il governo Berlusconi nomina Mori, diventato generale, a capo del Sisde, il servizio segreto civile. Ma poco dopo riesplode la vicenda del covo di Riina e il generale finisce sotto processo per la mancata perquisizione. Viene assolto nel 2006 ma con qualche ombra.


Secondo la sentenza, l’operazione che porta all’arresto di Riina è contraddistinta dalla «mancanza di comunicazione tra l’autorità giudiziaria ed il Ros». Mori e De Caprio (l’ufficiale che materialmente compie l’arresto) nella vicenda di Riina sono andati al di là dello «spazio di autonomia decisionale consentito dalla legge». Intanto dal 2008 è di nuovo imputato a Palermo per aver omesso secondo la Procura l’arresto di Provenzano in seguito alle precise e veritiere informazioni giunte da Luigi Ilardo, un boss infiltrato. E siamo ad oggi, alla trattativa e al papello già evocati da Brusca e di cui parla Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, che dice di essere stato testimone delle varie fasi della negoziazione tra stato e Cosa nostra avvenuto a cavallo tra le stragi Falcone e Borsellino e proseguito anche dopo. Una lunga trattativa che avrebbe visto partecipare politici, imprenditori e uomini dei servizi, le cui tracce visibili sono le stragi, la cattura-consegna di Riina, le protezioni di cui ha goduto don Binu sullo sfondo della dissoluzione della prima repubblica e l’avvento della seconda. Mori ha sempre un ruolo da protagonista.



Nicola Biondo (l'Unità, 14 settembre 2009)




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