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Fermate questo processo! PDF Stampa E-mail
Editoriali - Editoriali
Scritto da Salvatore Borsellino   
Venerdì 07 Marzo 2014 01:37
Questo processo di Palermo va fermato ad ogni costo.
Non si possono mettere a nudo le scellerate trattative e gli innominabili accordi tra lo Stato-mafia e la mafia-Stato, come benissimo ha definito le parti in causa Saverio Lodato, qualche sera fa, alla presentazione dell'ultimo libro di Giancarlo Caselli ed Antonio Ingroia "Vent'anni contro”.
Da una parte l’organizzazione mafiosa, alle cui spalle c’è lo Stato, dall’altra lo Stato, alle cui spalle opera la mafia.
E in mezzo la magistratura, anzi alcuni singoli magistrati o alcuni altri singoli rappresentanti dello Stato, quello vero, che nel momento in cui arrivano a mettere a nudo questa illusoria contrapposizione, questa partita truccata, devono essere fermati, ad ogni costo.
Prima deligittimandoli, poi isolandoli, poi, quando sembra non esserci alcuna altra maniera per fermarli, uccidendoli, mettendo in qualche caso in atto delle vere e proprie stragi per arrivare a questo, per loro indispensabile, risultato.
E’ la sorte toccata, per citarne solo alcuni, a Cesare Terranova, a Rocco Chinnici, a Carlo Alberto Dalla Chiesa, a Giovanni Falcone, a Paolo Borsellino.
Per altri, come a Giancarlo Caselli, non è stato ritenuto necessario arrivare all’eliminazione fisica, alle stragi, perché queste provocano la reazione della società civile, dell’opinione pubblica e costringono lo Stato-mafia a simulare una reazione.
Sono state invece studiate leggi, riscritti i codici, è stato messo in atto ogni artificio per spuntare le armi in mano alla magistratura ed alle forze dell’ordine, sono state promulgate addirittura leggi contra-personam per impedire allo stesso Caselli di diventare Procuratore Nazionale Antimafia.
E intanto lo stato-Mafia continuava a pagare le cambiali contratte nei confronti della mafia-Stato nel corso di quella trattativa che, per salvare la vita ad alcuni potenti ministri democristiani, aveva richiesto l’eliminazione di Paolo Borsellino e la strage di Via D’Amelio.
Adesso il processo di Palermo rischia mettere a nudo questa illusoria contrapposizione, di fare luce su questa ignobile trattativa, di mettere a nudo una scellerata congiura del silenzio durata per venti anni e per questo i due finti contendenti tornano ad agire all’unisono, anche se ognuno continua a rappresentare la sua parte.
Ma l’obiettivo è lo stesso, fermare questo magistrato, Nino Di Matteo, che non ha capito che esiste un limite che la magistratura non deve superare.
Ci si può spingere soltanto sino ad un certo punto, si possono combattere e perseguire i mafiosi e criminalità organizzata, si possono indagare e condannare i singoli politici responsabili di concorso esterno con l’organizzazione mafiosa, ma non si può pretendere di arrivare ad indagare il sistema, lo Stato-mafia e la sua controparte, non si puo’ mettere allo scoperto il gioco grande.
Questo processo va fermato.
Ove non basti attaccarne il PM che lo guidava ad eliminarsi da solo abbandonando la magistratura per tentare altre vie che potrebbero portare alla verità, ove non basti bloccare la carriera del PM che continua a portare avanti il processo e caricarlo, come fecero con Giovanni Falcone, di processetti che ne esauriscano le energie, se, nonostante tutto, queste energie non arrivano a consumarsi, allora bisogna mettere in campo metodi sempre più drastici.
Ed allora ecco il conflitto di attribuzioni, sollevato dal massimo rappresentante delle Istituzioni, che ha come risultato quello di delegittimare l’intera procura. Una procura colpevole soltanto di avere rispettato la legge nel momento in cui si è trovata di fronte a delle intercettazioni in cui, probabilmente, un indagato, proprio a questo massimo rappresentante, chiedeva di non essere lasciato solo, di essere protetto, in un processo per un reato di cui non si considerava il solo responsabile.
Allora ecco i tentativi da parte delle difese di tutti gli imputati di sollevare eccezioni per spostare il processo, a Roma, al Tribunale dei ministri, a Caltanissetta, a Catania, a Firenze, dovunque purché non Palermo.
Allora ecco la discesa in campo degli organi di informazione, dei professionisti del diritto, del solito Arlacchi, pronto a rimangiarsi le sue stesse affermazioni.
In prima battuta per negare l’esistenza di una trattativa, anche se a questo punto risulta improbabile e anacronistico chiamarla “presunta” o “fantomatica” o “pretesa”.
In seconda battuta, per legittimarla con una pretesa “ragion di Stato” per la quale si dovrebbe però arrivare a sostenere che per salvare la vita di politici che con la mafia avevano stretto dei patti e che non li avevano mantenuti, si possa arrivare ad eliminare un magistrato come Paolo Borsellino insieme a tutta la la sua scorta.
Ma se, nonostante tutto, il processo continua ad andare avanti, se nonostante tutto l’opinione pubblica comincia a capire quello che non deve arrivare a capire, allora, prima di arrivare ancora una volta alle stragi c’è ancora un’altra possibilità.
Lo Stato-mafia può arrivare ad utilizzare le minacce di morte lanciate da Riina, dalla mafia-Stato, per giustificare lo spostamento del processo in altra sede in cui sia minore il rischio per la pubblica incolumità e per la sicurezza e la serenità degli stessi giudici popolari. E per giustificare questa richiesta si tira addirittura in ballo la”Scorta Civica” organizzata dai cittadini per manifestare la loro solidarietà nei confronti dei PM in pericolo.
Ma non si capisce dove e come potrebbe essere minore questo rischio se a Di Matteo è stato di recente impedito sia a presenziare alle udienze del processo che si è svolte a Milano sia a presenziare ad un incontro organizzato, proprio dalle “Agende Rosse” e dalla “Scorta Civica”, a Torino.
Noi non permetteremo che questo processo venga fermato, non permetteremo che la strada della Verità e della Giustizia venga ancora una volta sbarrata, questo processo deve andare avanti e noi vigileremo perché non venga fermato.
E non serve a niente, per cercare di diminuire il consenso nei confronti di Di Matteo, e proprio nel giorno in cui viene resa nota la richiesta di trasferimento del processo, tirare fuori ad arte la notizia di una sua richiesta di essere assegnato alla DNA.
Questo, piuttosto, è l’unico modo, da parte sua, per continuare ad occuparsi proprio del processo che si cerca disperatamente di fermare.

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